Corvetto, via Barabino e l’impiccato

Scuola elementare di Via BARABINO

E’ una giornata così, quando sentì la primavera che scoppia, il sole accecante che a Milano è un pugno di colore che ti trafigge nel cuore. Il caldo ti entra nelle viscere e porta all’eccesso ogni sentimento.

A me succede sempre a maggio, quando sto bene sto benissimo e quando sto male affondo nel pianto e nelle emozioni.

Mi piace girovagare per i quartieri, ancora di più quelli poco conosciuti, all’apparenza anonimi, ma solo all’apparenza. Quando sono in ufficio a pranzo esco con un mucchio di puntarelle in un sacchetto, le sgranocchio mentre vago in bici senza meta.

Oggi mi sono diretta qui, a un passo da dove lavoro, vicino al ponte di Corvetto in cui alzando lo sguardo si vede la tangenziale. Cercavo quella scuola, e l’ho trovata.

La storia della scuola di via Barabino è bella e non può lasciare indifferenti.

dintorni di piazzale Corvetto

In realtà la zona ha una sua poesia per me, si intravedono con l’occhio giusto palazzi interessanti, racchiudono storie che si possono intuire, leggere, immaginare. Qui negli anni cinquanta si pensó di fare un regalo ai bambini della zona, molti dei quali non potevano permettersi una vacanza. Nel giardino della scuola venne realizzato un piccolo villaggio di montagna in miniatura: cinque o sei casette, una chiesa, una fattoria, un piccolo laghetto, un ponticello, una voliera. Le casette erano colorate con affreschi e vetrate, e tetti a tegole.

Col tempo le intemperie rovinarono un po’ la scuola, nessuno se ne prese cura, oggi il giardino è solo l’ombra di quello che fu un tempo, ma l’idea è bella e volevo almeno da fuori rimirare l’edificio che ospitò questo giardino delle meraviglie.

Proseguendo si apre corso Lodi con i suoi giovani platani, piantati negli anni settanta per regalare una nuova vita al viale.

Sembra una lunga via come le altre, a pranzo sulle panchine si trova di tutto, giovani, bambini, impiegati in pausa pranzo, donne accecate dal sole che si siedono a riposare. La via è un ricordo di ciò che fu un tempo, qui venivano seppelliti i cadaveri di briganti e farabutti, la cui pena era l’impiccagione. Gli impiccati venivano lasciati in bellavista per giorni, affinché tutti potessero vedere le conseguenze dei comportamenti oltraggiosi. Questi luoghi dunque erano una grande fossa comune, finché Milano non si ingrandì e ora questa è una tranquilla zona non lontano dal centro, in cui girovagare può essere alquanto piacevole.

Quando la città cambió, vennero piantati nuovi alberi che diedero alla via una nuova veste, alberi che crebbero sani e affusolati, eretti verso il cielo.

A parte uno.

All’altezza del civico 75 c’è un albero diverso dagli altri, un albero un po’ storto, cresciuto in sordina con uno sguardo quasi di sofferenza, come se in esso vi fosse il ricordo di uno degli uomini impiccati dei tempi lontani. Magari è solo una leggenda, ma a sentire bene, si può udire ancora uno di quei lamenti strazianti …

O forse è solo fantasia …

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