Giornate d’estate


Quando arriva giugno, mi trascino in una Milano asciutta, rovente, faticosa.

Le scuole finiscono, i bambini si guardano indietro e richiamano la mia attenzione per la stanchezza, aspettano prati verdi e biglie sulla sabbia, aspettano un tempo lungo, pausa interminabile in cui i compagni spariscono, offuscati da una nuvola sfumata.

L’estate è la mia settimana al mare con loro, nella mia testa e’ Alghero, la Sardegna, la birra fresca alle sei e il mirto. Lo è anche se la metà è un’altra, come quest’anno, dopo anni mi ha accolto un’altra isola, panorami in cui sono tornata a ricordare le gioie i pianti.

Ho passato una settimana a guardarmi intorno, i miei occhi piangevano ricordando quattro anni fa, un uomo che si trascinava lento, gli scorci di una Ragusa rimasta nel mio cuore per sempre, scolpita nella pietra delle mie lacrime tristi.


L’ho ritrovata talmente bella da perdere la testa, l’ho percorsa in lungo e in largo in un venerdì caldissimo di luglio, alle due del pomeriggio, sfidando il cielo rovente e l’aria stretta, quasi soffocante. 

Ho camminato cercando segreti nei palazzi abbandonati, trascinando bambini stanchi e affamati, tenendo il fiato per lo stupore e la bellezza, aprendo lo sguardo alla meraviglia, ovunque.


Ibla è una pietra rovente che ti acceca, ti rende schiava di una terra che ti appartiene da subito, nascondendosi nelle pieghe del viso, nella testa, nel cuore.

L’ho ritrovata mia, dopo quattro anni, ho preso la macchina guardandola da lontano, in tutta la sua triste bellezza.

Ho preso la macchina e sono tornata sui miei passi, ho guardato i bambini sorridere, litigare, fare il verso prendendomi in giro.

I miei bambini, che profumano di acqua salata e di giochi fino a tardi, di pesche noci in riva al mare, di focacce unte e di acciughe fresche.

Li ho lasciati qualche giorno godendomi una città ancora piena di gente, di tavoli all’aperto, di vacanze ancora lunghe, di ricordi dell’anno appena trascorso.

Ho paura di quello che sarà, ho paura di settembre. 

Ho paura di nuovi inizi e di vecchi ritorni, di disagi e di parole sbagliate. 

Ho paura di me stessa, a volte, della fatica dei mesi invernali.

Ho paura che questo caldo afoso finisca, lasciandomi giornate troppo lunghe, a combattere da sola le nuvole scure che verranno.

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La fine della scuola elementare


Eccomi, come ogni mese. Leggetemi Qui, su genitori crescono. Buona estate

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Soffia forte il vento nel cuore di mio figlio

A volte sento che le cose avvengono per un disegno preciso, mai casuale, parte di un progetto più grande.
Non avrei letto questo libro se non avessi preso per sbaglio un foglio di un mio collega, finito per caso tra le mie stampe in ufficio.

Insieme alla mia diffida, triste e impersonale, trovo l’invito a una presentazione, il titolo del libro mi lascia ferma e mi scuote all’improvviso.

Chiedo a chi appartiene questo foglio e il mio collega e amico di anni mi dice che è suo. “È una presentazione a cui sono andato, il libro è un racconto di una madre, messo per iscritto da un mio amico. Ha dato voce al desiderio di una donna di parlare della sua storia e del percorso di suo figlio in una comunità”.

Non mi serve altro, me lo faccio portare il giorno dopo e subito lo leggo.

Giugno è un mese strano, per me molto faticoso, e denso di sentimenti contrastanti. I sorrisi per l’estate alle porte e la fine della scuola si alternano ai pianti, per ciò che c’è stato, per ciò che sarà, per l’incertezza, e per la commozione.

Quest’anno, piu’ degli altri, faccio fatica a trattenere, a controllare, anche a capire. Mi porto dietro per alcuni giorni un fardello pesante, mi ritrovo in pieno giorno ad asciugare le lacrime, che a volte scendono a sorpresa. Sono stanca e a volte preoccupata, insieme festeggio e tremo, ballo alle feste di fine anno e crollo esausta a orari improbabili.

Mi trovo per le mani questo libro nel momento giusto, mi sento vicino a questa madre che si mette in discussione e si butta in una nuvola nera, sempre più profonda.

Capire i propri figli a volte è difficile, ci si sente impotenti e incapaci di aiutarli, si cammina in un labirinto intricato, apparentemente senza via d’uscita.

Nei problemi ci si perde, ci si confonde, le proporzioni sfuggono e si barcolla alla ricerca di una soluzione immediata, senza la pazienza di un percorso a volte urgente e necessario.

Capisco il desiderio di Carolina di raccontare la sua storia, mi trovo immediatamente vicino a questa donna sincera, che si mette a nudo con coraggio, cade per rialzarsi e camminare in equilibrio.

Sebastiano, Seba, e’ l’occasione per farlo, come spesso succede i figli sono un’opportunità. Seba era in un momento difficile, in cui cercava la propria identità nel modo sbagliato, senza trovarsi. Le sue inquietudini si trascinavano da anni, senza via d’uscita, fino a sfociare in una spirale distorta di dipendenza. 

Carolina ha affrontato un percorso tormentato e difficile, fino ad accettare l’unica soluzione possibile per Seba, ossia la comunità. Il gesto più difficile per una madre, separarsi da un figlio, per un tempo indefinibile e sospeso, e con il terrore che ai suoi occhi questo gesto appaia un abbandono. 

Difficile arrivare alla scelta, difficile portarla avanti, difficile convivere con una mancanza atroce, un dolore fisico insopportabile e lacerante.

Le lacrime di Carolina si sono confuse spesso con le mie, anche in metropolitana, quando giravo le pagine rapita e lontana da ciò che mi stava intorno. Vivevo con Carolina in questa Milano caotica e anonima a volte, a volte invece piena di calore inaspettato. Sentivo le parole di Carolina e i suoi scritti, la vedevo guardare il mare e le onde all’estremità dell’isola di Salina, fissando un orizzonte difficile e incerto. 

Ho pianto e gioito il giorno in cui Seba era pronto per tornare, e in cui ha deciso per se’ di iniziare un nuovo percorso, prendendomene la responsabilità da ragazzo grande.

Mi sono immaginata questa madre, questo padre, questa famiglia allargata che ha dovuto spezzare e ricostruire equilibri e rapporti, facendo a pezzi e ricostruendo dalle macerie.

L’emozione di leggere un libro ben scritto, con le parole giuste, capace di rendere emozioni forti senza paura di nascondersi dietro una pagina lontana.

Ti abbraccio Carolina, chiunque tu sia.

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Alleanze gemellari

Anche questo mese, se volete, mi trovate Qui.

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Come organizzarsi con i gemelli

Un post pratico e qualche suggerimento. Mi trovate Qui su genitori crescono.

  

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Il resto è ossigeno 

  
Ho conosciuto Valentina Stella il primo dicembre di qualche anno fa.

Era un autunno mite, e quel giorno indossavo un maglione rosso e una collana colorata, una delle mie preferite.

Era seduta di fronte a me a casa di un’amica comune, mentre lo scrivo ammetto di avere un po’ di nostalgia di quel giorno. Ripenso a questa bella ragazza dai capelli scuri e le fossette, che timidamente chiacchierava facendosi scoprire piano. L’avevo trovata da subito bellissima, ricordo di averlo pensato mentre le sorridevo ascoltando frammenti della sua storia.

Sapevo che l’avrei conosciuta quel pomeriggio,  un’altra amica comune ci aveva presentato, una ragazza dagli occhi bellissimi che avevano inciso un segno sul mio cuore. Anche se ora sembra un solco soffuso, in realtà da allora e’ sempre lì, luminoso come una lanterna, come la bellezza di quel giorno.

La casa in cui eravamo, che vedevo per la prima volta, era un puntino su una collina sul mio navigatore. Ci ero arrivata senza sbagliare un colpo, felice di trovarmi in un posto senza tempo e pieno di magia. Fuoco, calore, risa di bambini che giocano senza essersi quasi mai visti, passeggiate con gli occhi rapiti dai colori intorno, candeline di compleanno e una padrona di casa perfetta, accogliente e bella come una rosa appena sbocciata, come lei sa.

Valentina era lì, dentro a tutto questo, la strada fino a qui sono state le sue parole, che ho letto nei suoi post intensi e sinceri, di strade di Torino e cieli azzurri.

Ho ritrovato tutto in questo libro, che ho letto al volo in una manciata di giorni, persa in mezzo a una città che sta esplodendo in questa primavera di mezza estate.

Sara e’ un pezzo di me ma in realtà è nella vita di tutte, donne della mia generazione che macinano giorni in apnea senza riuscire a fermarsi. Madri che si fanno in quattro e struggono di fronte a segreti dei propri figli che non sono riuscite a cogliere, sospese tra l’oggi e il domani che sa di scelte fatte e sogni ancora da percorrere.

Madri in equilibrio che cercano di ritrovarsi, in mezzo alla giornata, alla città, nei cieli accesi e in quelli stanchi, nelle serate dei baci della buonanotte e nelle mattine dei saluti davanti a scuola.

Si chiedono il dove, il quando e il perché, senza riuscire a darsi una risposta fino al momento in cui succede qualcosa, che le scuote nel profondo.

Arturo che se ne va, marito e padre, in una mattina qualunque, davanti a una focacceria che proprio quel giorno lo lascia senza respiro. Fugge da tutto e manda in mille pezzi un equilibrio che sembrava normale, scontato, quasi perfetto.

Se ne va e scombussola questa vita dai ritmi ordinari, aspettative scontate di una vita tracciata.

Se ne va senza sapere dove né perché, e tutto questo, pagina dopo pagina, troverà il suo senso, la sua storia, il suo punto e a capo.

Questo è tutto, tutto da leggere, una riga dopo l’altra. Il resto, appunto, e’ ossigeno.

Con un abbraccio, di cuore, a Valentina, Paola e Luisa. 

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Il regalo del venerdi

  
Pennarelli, questo venerdì ti regalo dei colori, caro sconosciuto.

Ti piace colorare? Non lo so, ma credo che tutti dovrebbero comprarsi un mandala e un astuccio nuovo pieno di colori. 

Nel silenzio della notte, colorare e’ un rimedio contro lo stress della giornata appena trascorsa, contro l’affollamento dei pensieri, la cappa di responsabilità che si inseguono incessanti.

Ci provi?

Provaci.

  
  
  
  

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Il regalo del venerdì, metti una foto

  
Ciao sconosciuto, ben ritrovato.

Ti piacciono le foto? Io ne ho la casa piena. Immortalo momenti, immagini, istanti. Ti piace riguardare le foto di chi ami? 

  
Questo è un portafoto colorato, l’avevo in casa da tempo e non lo usavo più. Ricordo il giorno in cui l’ho comprato, Mattia era ancora nel passeggino, aveva pochi mesi ed eravamo al mare, sorridenti senza pensieri. Ero entrata in un negozio in un pomeriggio di sole, caldo e rovente, lui mi guardava con i suoi occhi grandi senza dire una parola. Ho preso alcune cose, ho guardato il riflesso dell’acqua azzurra in lontananza  e sono stata con lui sul lungomare a passeggiare, fino a tardi.

Prendi questo regalo e tieni sul comodino la tua foto più bella, per finire la tua giornata e iniziarne una nuova.

Ti farà bene. Lo so.

   
   

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Venezia con gli occhi del Tintoretto

  

Da quando i miei occhi non sono più gli stessi l’Italia è cambiata, la scopro diversa. La sua bellezza, racchiusa nei vicoli e nei quartieri nascosti, si mostra a me tramite i suoi pittori. 

Roma, due anni fa, e’ stata la ricerca del Caravaggio. Ripenso a noi per le vie del centro a cercare San Luigi dei francesi, le mie corde vibrano ancora davanti al dipinto più bello del mondo, “la vocazione di San Matteo”, un urlo nel silenzio che mi ha rapito e stregato.

Venezia era un richiamo forte, da tempo sognavo di tornare per scoprirne il fascino sussurrato, il rumore dell’acqua di notte, i miei passi veloci tra le vie del centro.

  
Ho trascinato tutti, camminando da mattina a sera senza sosta, perdendomi tra le vetrine, guardando il cielo, le chiese, i ponti. Ho percorso tutti i quartieri guardando in alto, toccando il vento, sognando di vivere così, senza un semaforo, sentendo i miei passi sulle strade fitte di accenti stranieri.

Tre giorni come tre mesi, a guardare il colore dell’acqua, a fissare le case, le porte, le luci delle finestre, gli sguardi della gente persa per le vie.

  
In realtà sono stati per me giorni a cercare come una droga i suoi dipinti, i quadri di uno dei miei pittori, uomo di passione profonda, genio tormentato dai pensieri burrascosi e nascosti.

Ho tracciato il mio percorso inseguendo le sue tele, trascinandomi i bambini dentro a chiese silenziose, indicando luci e ombre come storie misteriose.

La prospettiva diversa, la luce come quella del Caravaggio, anni dopo, il miracolo di guardare le cose sempre da un altro punto di vista.

  
  
  
L’ultimo però è il più bello, ed è anche quello che squarcia il silenzio nella sua chiesa, quella del quartiere in cui ha vissuto, quella in cui ho trattenuto il respiro per guardare la sua tomba.

Alla Madonna dell’Orto eccolo, il suo quadro.

  
Sono rimasta lì, non ricordo neanche quanto, sentivo le voci dei bambini che si rincorrevano fuori dalla chiesa, le sentivo sempre più in lontananza. Ho salito quei quindici scalini insieme a Maria, da sola, disarmata a scoprire il suo destino. Ero lì a fissare quella donna robusta e quella bambina, in cui in qualche modo il Tintoretto ha dipinto una parte della sua vita. La compagna che gli ha donato la sua amata figlia, quella Marietta che in quel momento non sapeva che la sua vita sarebbe stata breve e sofferta.

Le ha ritratte lì, una donna e una bambina, che guardano Maria rapite, incuriosite, cariche di aspettative. Quella bambina in cui il Tintoretto si è perso, la prima e l’unica nata al di fuori della sua famiglia, da una donna diversa, persa tra le pieghe di una Venezia sofferente, struggente e bellissima.

La mia. 

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Il regalo (doppio) del venerdì 

  
Settimana pesante come un macigno, passeggio per le vie di una Milano nuvolosa trascinandomi a stento.

Ho saltato un venerdì, e mi dispiace. Nessuna spinta, ero concentrata e ripiegata su me stessa, sulla mia casa, sui miei bambini.

Due regali questa volta, due quaderni bianchi, da riempire con pensieri, frasi, parole.

Sconosciuto, provaci, a schizzare su questi fogli la tua stanchezza, e la vita che ti sorprende e ti incalza implacabile.

Fallo anche per me.

   
   

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