Paura di un ricordo 

Leggetemi Qui. Con la paura degli istanti che passano. 

Su genitori crescono.

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Cartoline dal balcone 

Eccomi Qui.

Se vi va di leggere. Su genitori crescono 

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Di luglio e d’estate

Salire su un aereo, restare sul balcone, guardare il tramonto, toccare la sabbia, pensare, piangere, ridere, mangiare, nuotare, avere paura, gioire, annaffiare i fiori, bere un bicchiere di vino, due, tre, lavorare, camminare, star bene a Milano, sognare Alghero, andarci, amare, essere triste, guardare altrove, sentirsi a disagio, essere per un istante felici, desiderare di essere qui, desiderare di non esserci, andare al cinema, andarci anche la sera dopo, leggere un libro, leggerne un altro, camminare a piedi scalzi, mangiare un gelato, gustarsi una birra forte, versare un bicchiere di mirto, sentire le voci dei bambini, fare una pista di biglie, scavare una buca, guadare lontano, guardare l’azzurro, litigare con qualcuno, guardare fuori dalla finestra, sedersi  fuori, prendere un treno, passare su un ponte, farsi una foto, farne altre mille, scrivere, scrivere, sentirsi infelice, sentirsi felice, sentire la mancanza, desiderare, provarsi un costume, abbracciare, dare un bacio, darne due, dormire, stare sveglia, aspettare luglio, aspettare agosto, desiderare che i mesi non passino.

Sentire tutto. La vita scorre. 

Stop. Estate. 

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Di cosa hai paura piccolo mio? 

Ci sono. Anche questo mese. Mi leggete Qui

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Di fughe d’estate 

Anche questo mese mi trovate Qui.

Su genitori crescono.

Buona lettura.

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Dormire con due gemelli 

Mi trovate Qui, come ogni mese.

Su genitori crescono. Buona lettura!

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Di luce e di fiori alla Garbatella 

“… Tutta la Garbatella brillava al sole: le strade in salita coi giardinetti in fila, le case coi tetti spioventi e i cornicioni a piatti cucinati, i mucchi di palazzoni marone con centinaia di finestrelle ed abbaini, e le grandi piazzette cogli archi e i portici di roccia finta intorno. …” (Pasolini, una vita violenta).


A Roma sono stata tante volte, sin da quando ero bambina. Sono stata insieme ai miei, con mio padre, per lavoro, con amici, marito, figli, cugini, compagne di classe. Ci sono andata per svago, per l’evasione di un week end, per un matrimonio, per un corso, per un colloquio, per vedere gli internazionali di tennis, e anche in giornata per andare a depositare un atto in corte di Cassazione, partendo da Milano in macchina alle quattro del mattino.

Eppure, in tutti questi anni, non ero mai stata qui, in quest’isola fuori da tutto, alla Garbatella. 


Non sapevo precisamente cosa aspettarmi, ne’ sapevo che ci sarei andata, non era nei programmi, ne’ tra le mete per me irrinunciabili.

Prima di partire sapevo per esempio che non avrei restistito senza vedere almeno un quadro del Caravaggio, sapevo (o immaginavo) che sarei andata a Campo de’ fiori, o a Trastevere la sera, sapevo anche che avrei mangiato carciofi alla giudia, o fave a mezzanotte prima di rientrare a casa. 


Mi pregustavo, nei miei pensieri sempre in corsa, una lunga passeggiata verso piazza Navona, una foto dal Pincio, una pausa e magari una birra sdraiata sul prato di Villa Borghese. 


Desideravo vedere il Gianicolo, quello si’, uno spettacolo solo intravisto la notte da bambina, ma mai capito veramente, con il ricordo di me sulle ginocchia di quel papà che qui sembrava a casa, e forse lo era davvero.


Sapevo, o potevo immaginare tutto, ma non sapevo che sarei venuta qui.

E’ stato tutto molto più bello di quanto le mie parole sappiano descrivere, perché l’emozione e la bellezza dei luoghi trascina con se’ momenti in cui tutto sembra funzionare in un’armonia quasi perfetta. Insieme agli amici si stemperano le fatiche, evaporano certi meccanismi arrugginiti, si ride anche solo semplicemente.

E proprio insieme agli amici speciali, con cui via via si inizia a condividere dell’esistenza ogni singolo frammento, si scopre la poesia dell’inaspettato.


Ci siamo ritrovati qui, in questo quartiere che sembra non esistere in una città come Roma, per come la si conosce normalmente, anche da una come me che l’ha vista tante volte.


Si percorrono strade in silenzio, a volte interrotte da voci di bambini. Si respirano colori guardando  i fiori curati ma anche un po’ incolti, con il fascino delle cose che sembrano irrompere all’improvviso.

Da un terrazzo esplode un giradischi con una canzone di Marcella Bella. Da un cortile di fronte seduti a un tavolo quattro ragazzi bevono vino e si raccontano del tempo e di cose inaspettate. 

Entriamo in un cancello aperto e si aprono a noi mille giardini, uno dentro l’altro, alberi accoglienti, frutti, panni colorati e una donna che fuma davanti a una finestra, incurante di noi e dei nostri figli che iniziano a giocare a nascondino.


Ci fermiamo su un muretto, senza fretta, guardiamo un signore e un cane che rientrano a casa, un ragazzo con le chiavi della macchina e i capelli spettinati, una donna con una gonna lunga gialla, e un piatto con un coperchio in mano. Nessuno apparentemente si cura di noi, tutti passano e semplicemente vivono, qui, in questo posto che ai miei occhi e’ un incredibile sipario.


Guardo i balconi, i colori sbiaditi delle case, i vasi alle finestre, la scuola di quartiere che si apre come un incanto nel suo irresistibile silenzio. 


Mi sento come in una vita che non ho vissuto, con la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere, da un’altra parte, in un altro tempo.

Risalendo torno indietro così, con questa sensazione confusa e un po’ strana, rapita da tutto ciò che ho intorno. 

Anche da questo. Sempre.

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Ti odio fratello

Anche questo mese mi trovate su Genitori crescono

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Giulia 

Giulia si sveglia presto la mattina, le campane della chiesa di San Prospero non arrivano mai a sei rintocchi, che lei è già in piedi, e con le mani si sfrega gli occhi.

Giulia guarda fuori dalla finestra, scosta le tende verdi della cucina e fissa le luci della casa di fronte, quella con il tetto rosso e il giardino grande, con l’albero di magnolia al centro.

E’ bella, Giulia, tutti le dicono che ha gli occhi da cerbiatta, due occhi neri e profondi, con cui a volte, nelle giornate di sole, sorride.

Le piacciono gli ombrelli aperti, le torte di castagne, le gonne lunghe della zia Sofia e i gelati dopo cena al mare, al chiosco azzurro di Ferdinando.

Pensa spesso al mare, in quest’inverno freddo, il gelo al mattino presto le entra nelle ossa, si mette sulle spalle lo scialle verde che si è fatta a maglia due anni fa, nelle domeniche dall’aria stanca.

Si chiede cosa starà guardando sua madre in questo momento, se lo domanda da quando l’ha vista dalla finestra farle un gesto con la mano, prima di sparire dentro una macchina nera senza speranza di ritorno.

Se lo chiede anche suo padre continuamente, quando si siede a tavola con gli occhi spenti, rigirando la forchetta un un piatto di spaghetti al sugo troppo conditi.

Giulia ama camminare da sola al mattino presto, quando le serrande dei negozi sono ancora chiuse, aspettando che la città si svegli e la routine quotidiana inizi lentamente il suo corso.

Prima di andare al lavoro dalla signora Silvia, Giulia si ferma sulla panchina dietro all’angolo della strada, nel giardino di lavanda davanti alla scuola elementare.

Lentamente i bambini arrivano alla spicciolata ad aspettare che la campana suoni, accompagnati da genitori troppo di fretta e cartelle troppo pesanti, traboccanti di libri.

Giulia li guarda e aspetta, sfiorandosi le ginocchia, sguardi felici e attenti che accolgono vite che iniziano, sorrisi che si rincorrono davanti a un cancello che si apre.

Giulia si alza, con lo sguardo fissa il cielo sopra di lei, fa una giravolta e con decisione lentamente s’incammina. 

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Non solo calcio

Foto di Francesco Pappalardo

Quando arriva il venerdì, puntualmente una mia amica con tre figlie mi chiede “… programmi per il week end?”.

Altrettanto puntualmente rispondo “Calcio”.

Non si rassegna, e ogni settimana ripete sempre la stessa domanda. “Come sei messa questo sabato?”

La mia una sola parola: “calcio”.

“Certo che voi avete proprio una bella scocciatura”, mi dice, “con tre figli maschi siete proprio messi male con le partite”.

Abbozzo, faccio la parte con aria mesta e sconsolata, poi giro i tacchi e vado a infilare i parastinchi nella borsa blu.

Ma è davvero così che mi sento? E’ proprio così vero che sono stufa di passare i giorni della settimana e i week end sui campi da calcio? 

E di tempo alla scuola calcio con tre figli ne passo davvero tanto, il lunedì, il martedì, il mercoledì, il venerdì, il sabato e a volte, come ieri, anche la domenica. 

Eppure fino adesso non è mai stato un problema, ne’ una scocciatura, e neppure un’incombenza da affidare al padre di famiglia, in quanto sport squisitamente maschile.  

Ricordo tempo addietro, a una festa di un’amica, una ragazza che sentendomi parlare mi disse “no guarda, del calcio si occupa mi marito, io non ci penso neanche e vado in palestra”.

Ma perche? Mi chiedo.

I miei figli sono appassionati di calcio, ci giocano sempre, sono felici più di tutto quando, ovunque siano, possono tirare fuori un pallone o un oggetto di forma sferica, che sia al parco, in un cortile, o in un qualsiasi spiazzo pianeggiante che somigli vagamente a un campo.

Andare a tifare per loro non è un dovere, ma un piacere, e lo è anche appassionarsi alla partita che stanno giocando.

“Eh ma a te piace il calcio”, mi dicono. No, non mi piace, non sono particolarmente sportiva, mi piacciono i libri e l’arte, mi piace una cena tra amici, un bicchiere di vino, una grigliata in campagna.

Eppure stanno giocando i miei figli. 

Non solo sola sugli spalti, e come me ci sono tanti genitori, molti dei quali simpatici compagni di un sabato pomeriggio fatto di tifo, chiacchiere, risate, e spesso di un aperitivo alla fine.

Durante la settimana faccio semplicemente la pendolare, accompagnando da una parte e riportando dall’altra, come qualsiasi altra attività del pomeriggio. 

Se capita mi fermo a dare una scorsa al giornale mentre aspetto al bar di fianco, in cui una coppia mi accoglie ogni giorno con un sorriso smagliante. “Eccoti Valentina, ti aspettavamo. Bevi qualcosa?”

“Ma non è uno sport di esaltati il calcio?”, mi chiede qualcuno.

Certo, ci sono anche quelli, alle partite i genitori che incontro sono i più svariati,  e certamente ci sono anche quelli che “… spezzagli le gambe a quello.”.  Ci sono, e non danno il buon esempio, ma chi li ascolta? 

Io vado dritta per la mia strada, e nel mio cammino ci sono bambini che lottano, che si impegnano, che si abbracciano a fine partita, che difendono senza paura un amico quando viene preso in giro dalla squadra avversaria. 

Ci sono bambini che imparano, che vincono, che perdono, che piangono, che portano la pagella al mister, fieri di esibire un buon giudizio sul comportamento.

Ci sono bambini che crescono insieme, che si aiutano, bambini che si prendono anche in giro, e anche bambini che soffrono. 

Va bene così, questo insegna la vita, questo è il nostro viaggio.

Questo dovrebbe essere lo sport, questo dovrebbe essere il calcio. 

Dedico questo post a chi, forse, ha perso di vista cosa è, o dovrebbe essere, questo sport per i nostri bambini.

E dedico questo post a tutti noi genitori, che riusciamo a divertirci anche in un sabato freddo e grigio, con due risate in più e un bicchiere di grappa a bordo campo.

Con un cielo così.

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