Papaveri al Parco Teramo

La copertina di Carofiglio imperava da tempo nella prima pagina di questo mio blog dormiente. La guardavo ogni volta che accedevo, poi ad un certo punto non sono entrata più.
Fino a oggi. In pausa pranzo mi è venuta nostalgia, di questo blog ma soprattutto dei miei racconti, che faccio a me stessa, a chi mi circonda, a pagine di quaderni sul comodino.
Ma non qui.
Così ho cambiato l’immagine in alto, ricordando un quadro sfumato che tanto mi aveva colpito, e ho ripreso le mie foto, e il desiderio di raccontare.

Da settembre ho iniziato a camminare regolarmente, con le amiche che vedo ogni giorno, e che fanno parte della quotidianità di famiglia. Per tanti mesi sul Naviglio, percorso conosciuto, tanta gente che corre, tanti ciclisti che sfrecciano e manifestano senza giri di parole quanto siano contrariati dai nostri passi troppo lenti per i loro ritmi. Scampanellate continue, soprattutto nelle strettoie obbligate della strada dritta, quelle vicino agli orti casalinghi.

Poi è arrivato aprile, Pasqua e Pasquetta, e un pomeriggio assolato abbiamo scoperto un altro percorso. Lentamente in quattro abbiamo camminato guardandoci intorno, tracciando una nuova via, assaporando il silenzio di vie deserte.

La fornace Curti, inizialmente nascosta, si è rivelata in tutto il suo splendore.

Davanti a noi un giardino verde tra le case, fiori viola e qualche viandante senza fretta, con un cane al guinzaglio. Abbiamo proseguito, attraversato un prato con un glicine appena accennato, all’improvviso una macchia di verde immensa, il parco Teramo, e da lontano quel campo dell’Aprile, in via Faenza, teatro delle ultime partite di quel mio primogenito tanto amato.

Il parco Teramo è perfetto nella sua semplicità. È silenzio, una ragazza che legge su una panchina, un gruppo di ragazzi che fanno ginnastica, un bar con piante coltivate a metà e birre in offerta, un palazzo che è un teatro di panni stesi.
Proseguiamo verso una delle direzioni possibili, zolle di terra si aprono davanti, il deserto di una campagna vera, a Milano.

Le mie all star affondano nella terra, il sole è caldo, guardo davanti a me, il Lambro inconfondibile davanti, oltre una cascina. A cinque minuti dai palazzi eppure lontano dal rumore e dal clacson delle macchine dei viali a pochi isolati, la Barona, Famagosta, vicine ma lontanissime.

Più oltre, una casa. Un vecchio mulino e un cortile a ferro di cavallo, un universo di esistenze che si intravedono in pochi minuti. Una vecchia signora alza lo sguardo e accenna un saluto, un bambino con un pallone rosso corre appena fuori, una ragazza spettinata si affaccia da una finestra viola, un’altra esce dal cancello con un sacchetto tra le mani. Una pellicola dai colori sbiaditi mi si para davanti, mi vergogno mentre spio le vite altrui e le studio da fuori come una ladra di storie. Indugio ancora un attimo e poi passo oltre.

Guardo i miei passi, un vecchio con un cane mi passa oltre e indica la via, le poche persone che incontro mi guardano, ci guardano, siamo nuovi arrivati nei loro percorsi abituali. Mi ritrovo in questa realtà poco battuta, nascosta, sconosciuta ai gruppi che si riversano nelle vie più chiare, con i tavolini invitanti all’aperto, teatro di nuove aperture e della primavera alle porte.
Tracciamo quello che da allora è il nostro nuovo percorso.

Così. Nel silenzio dei papaveri.

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