Di luce e di fiori alla Garbatella 

“… Tutta la Garbatella brillava al sole: le strade in salita coi giardinetti in fila, le case coi tetti spioventi e i cornicioni a piatti cucinati, i mucchi di palazzoni marone con centinaia di finestrelle ed abbaini, e le grandi piazzette cogli archi e i portici di roccia finta intorno. …” (Pasolini, una vita violenta).


A Roma sono stata tante volte, sin da quando ero bambina. Sono stata insieme ai miei, con mio padre, per lavoro, con amici, marito, figli, cugini, compagne di classe. Ci sono andata per svago, per l’evasione di un week end, per un matrimonio, per un corso, per un colloquio, per vedere gli internazionali di tennis, e anche in giornata per andare a depositare un atto in corte di Cassazione, partendo da Milano in macchina alle quattro del mattino.

Eppure, in tutti questi anni, non ero mai stata qui, in quest’isola fuori da tutto, alla Garbatella. 


Non sapevo precisamente cosa aspettarmi, ne’ sapevo che ci sarei andata, non era nei programmi, ne’ tra le mete per me irrinunciabili.

Prima di partire sapevo per esempio che non avrei restistito senza vedere almeno un quadro del Caravaggio, sapevo (o immaginavo) che sarei andata a Campo de’ fiori, o a Trastevere la sera, sapevo anche che avrei mangiato carciofi alla giudia, o fave a mezzanotte prima di rientrare a casa. 


Mi pregustavo, nei miei pensieri sempre in corsa, una lunga passeggiata verso piazza Navona, una foto dal Pincio, una pausa e magari una birra sdraiata sul prato di Villa Borghese. 


Desideravo vedere il Gianicolo, quello si’, uno spettacolo solo intravisto la notte da bambina, ma mai capito veramente, con il ricordo di me sulle ginocchia di quel papà che qui sembrava a casa, e forse lo era davvero.


Sapevo, o potevo immaginare tutto, ma non sapevo che sarei venuta qui.

E’ stato tutto molto più bello di quanto le mie parole sappiano descrivere, perché l’emozione e la bellezza dei luoghi trascina con se’ momenti in cui tutto sembra funzionare in un’armonia quasi perfetta. Insieme agli amici si stemperano le fatiche, evaporano certi meccanismi arrugginiti, si ride anche solo semplicemente.

E proprio insieme agli amici speciali, con cui via via si inizia a condividere dell’esistenza ogni singolo frammento, si scopre la poesia dell’inaspettato.


Ci siamo ritrovati qui, in questo quartiere che sembra non esistere in una città come Roma, per come la si conosce normalmente, anche da una come me che l’ha vista tante volte.


Si percorrono strade in silenzio, a volte interrotte da voci di bambini. Si respirano colori guardando  i fiori curati ma anche un po’ incolti, con il fascino delle cose che sembrano irrompere all’improvviso.

Da un terrazzo esplode un giradischi con una canzone di Marcella Bella. Da un cortile di fronte seduti a un tavolo quattro ragazzi bevono vino e si raccontano del tempo e di cose inaspettate. 

Entriamo in un cancello aperto e si aprono a noi mille giardini, uno dentro l’altro, alberi accoglienti, frutti, panni colorati e una donna che fuma davanti a una finestra, incurante di noi e dei nostri figli che iniziano a giocare a nascondino.


Ci fermiamo su un muretto, senza fretta, guardiamo un signore e un cane che rientrano a casa, un ragazzo con le chiavi della macchina e i capelli spettinati, una donna con una gonna lunga gialla, e un piatto con un coperchio in mano. Nessuno apparentemente si cura di noi, tutti passano e semplicemente vivono, qui, in questo posto che ai miei occhi e’ un incredibile sipario.


Guardo i balconi, i colori sbiaditi delle case, i vasi alle finestre, la scuola di quartiere che si apre come un incanto nel suo irresistibile silenzio. 


Mi sento come in una vita che non ho vissuto, con la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere, da un’altra parte, in un altro tempo.

Risalendo torno indietro così, con questa sensazione confusa e un po’ strana, rapita da tutto ciò che ho intorno. 

Anche da questo. Sempre.

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