A rincorrere lo sguardo di una prof

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Ci sono cose nella vita che lasciano una traccia indelebile, un solco che incide profondamente, resta, e segna inevitabilmente il cammino.
Non è detto che subito si riesca ad interpretarne i segnali, a volte si vive per giorni, mesi, anni, e solo ad un certo punto si tira una riga e si riesce a fare i conti.
A me e’ successo così.
Ho tirato una riga e solo adesso sono riuscita a guardare quella che ero, le scelte che ho fatto, e ancor di più quelle che non ho avuto il coraggio di fare.
La scuola, e’ un mondo che è stato, e che ora violentemente e’ tornato a bussare alla mia porta.
Un po’ per la scuola dei miei figli, un po’ per gli incontri, un po’ per le riflessioni che mi sono trovata a fare.
E’ un anno che mi trascino a pensare, e oggi e’ stato un giorno importante, intenso, talmente denso di sorrisi e pianti che ancora sono qui fare i conti con tutte le emozioni che ho provato.
Da mesi mi girava in testa lei, quell’unica professoressa che riemerge dalla nebbia di quegli anni.
Ero una ragazzina sciapa, troppo piccola per avere una coscienza critica, acerba per fare delle scelte, diligente e brava tanto da avere bei voti e buone pagelle.
Camminavo nei corridoi di quel liceo sognando di essere quella che non ero, troppo studiosa per essere popolare, troppo brava per essere amica di quelli che contavano.
Ero diversa da quella che sono adesso, mio padre mi richiamava all’ordine se stavo fuori da scuola per le manifestazioni, gli parlavo di questa prof e lui annuiva, ritenendola troppo “rossa” per i suoi gusti.
Io invece la guardavo con ammirazione e curiosità, me la ricordo bene quando entrava in classe, aspettavamo con ansia l’inizio delle interrogazioni.
Aveva un cappottino rosso e i capelli lunghi, era bionda e aveva uno sguardo dolce, nascosto dietro alla certezza di chi ha scelto con decisione la propria strada.
Un giorno era entrata in classe e ci aveva detto che dopo dieci anni si era finalmente laureata anche in architettura, mi ricordo che in quel momento mi era sembrata immensa.
L’ho cercata così, per sapere che fine aveva fatto, sapevo che il suo sogno non era quel liceo scientifico che avevo frequentato io, diverso dallo sguardo che aveva negli occhi.
Sapevo che da anni insegnava al Berchet, e in quella scuola riuscivo a disegnarmela meglio, i contorni si facevano meno sfumati.
Ricordo che ai tempi abitava sui navigli, l’avevo chiamata un giorno a casa per sapere se il giorno dopo avrebbe fatto sciopero. Aveva detto due parole imbarazzata, dicendo che in teoria non avrebbe dovuto dirmelo.
Non so cosa pensasse di me, so che se torno indietro negli anni di professori non mi è rimasto dentro nessuno, a parte questa donna dal sorriso dolce, animata dalle sue passioni negli occhi e nel cuore.
L’ho trovata, ho letto il suo nome su internet in un programma di lezioni in un’università del tempo libero di un comune dell’hinterland milanese vicino a casa mia.
Andare a sentirne una mi è sembrata l’unica cosa possibile, in questo gennaio anomalo in cui il freddo pungente si alterna all’azzurro del cielo.
Nel cuore tre persone avrebbero potuto accompagnarmi, e una era seduta vicino a me, a prendere appunti con la sua scrittura perfetta esattamente come facevo io.
Sono entrata nel teatro con il cuore che scoppiava, l’emozione mi teneva prigioniera da qualche ora, in ufficio non sono riuscita a combinare niente immaginando il momento in cui l’avrei salutata.
L’ho vista da lontano, incredibile come il suo sguardo fosse sempre lo stesso, i suoi occhi, il suo sorriso.
Non la riconoscevo per il colore e la lunghezza dei capelli, me la immaginavo bionda e invece i suoi capelli erano più corti e rossi, un’immagine nuova a cui non ero preparata.
Ho raccolto il suo abbraccio e le sue lacrime tornando indietro di ventitré anni, mi sono sentita ancora una ragazzina, seduta tra i banchi di scuola ad ascoltare e a scrivere per ore, per cercare di imprigionare la ricchezza delle sue parole.
Ho preso il mio quaderno e ho iniziato ad ascoltare, chiudendo gli occhi mi sembrava di solcare tutti questi anni, sentivo tutto ad un tratto di poter tornare indietro come se nulla fosse successo nel frattempo.
Ho ricordato le sue lezioni, identiche a quella che stavo ascoltando, inondate di passione e di bellezza, ho sentito le mie corde vibrare.
Quando mi hanno dato il microfono avrei voluto regalarle il mondo, ma sono uscite le uniche parole che sentivo di dirle, per ringraziarla ora per tutti questi anni.
Mi sembrava di riavvolgere una pellicola, avrei voluto che la sua lezione su Leopardi non finisse mai, come la mia vita, e tutte le mie scelte che in quel momento si sono rovesciate su quel palcoscenico.
La gente mi fermava sorridendo, dopo aver capito che ero io la studentessa che le ha strappato qualche lacrima all’inizio del pomeriggio. Avrei voluto gridare a tutti quanto fa la differenza avere qualcuno così sulla propria strada.
La abbraccio, e lei abbraccia me, e ho una nostalgia di quel tempo andato che quasi vorrei scoppiare.
Rincorro le sue parole e so che tornerò a sentirla, per imprigionare ancora istanti di felicità.
Accendo la macchina e torno verso casa, faccio un sorriso e stringo forte il mio quaderno, pieno di appunti fitti, intensi, interminabili.
Ritornerò.
Al di la’ delle giornate stanche, dei litigi dei bambini, della fretta della gente che corre al mattino.
Io so che tra due mesi, seduta in mezzo a quel teatro, con la mia penna a quattro colori, il mio scaldacollo azzurro, e il mio quaderno pieno di parole, ritornerò.

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10 risposte a A rincorrere lo sguardo di una prof

  1. Guido Sperandio ha detto:

    Ma che bello, ma che bello… sì, sì torna… 🙂
    Quando il cuore c’è si sente, tutto!

  2. mammaalquadrato ha detto:

    Che meraviglia, Vale. Ma soprattutto che fortuna ad aver incontrato nel tuo percorso un’insegnante così!
    Ciao!

  3. Mammamsterdam ha detto:

    È bellissimo, ed è vero, ci sono insegnanti che, se ne rendano conto o meno, sono in grado di cambiare una vita. in meglio. Anche sul lungo termine.

  4. Ktml ha detto:

    Mi hai commosso.
    Hai trasmesso tutta la grande emozione di quel pomeriggio… e l’hai regalato a noi, lettori.

  5. lafrà ha detto:

    Vale come mi hai commosso! Una volta la incontrai in metropolitana ma la mia timidezza e un certo timore reverenziale che ancora mi porto dietro, mi impedirono di avvicinarla. Mi ricordo però, come fosse ora, le sue parole accese, il mio sforzo per comprendere quell’olimpo di ragionamenti, pensieri che sembravano al di fuori della mia portata. Quanti dubbi instillatici, ogni lezione sentivo le maglie delle mie riflessioni che si allargavano per fare posto ai nuovi saperi, alle nuove scoperte, a quella parola strana e sconosciuta alla quale ci aveva accennnato . Oltre a essere il motivo per cui, alla fine, ho cambito il mio corso di studi per l’attuale è proprio la passione che riuscita a comunicarmi per le materie umanistiche.
    E adesso che sono sua “collega” (anche se mi sentirò sempre colei che “scrive in italiano come fosse la sua dodicesima lingua straniera”), la presneza si fa sempre più consistente col passare del tempo, come un ottimo Barolo invecchiato bene.
    Grazie Vale, hai aperto una porta che fingevo di non vedere aperta. Alla prossima lezione non voglio mancare.
    Avremo molto da raccontarci durante la nostra cenetta, il 25.
    A presto e buuona giornata,
    lafrà

    • valewanda ha detto:

      Fra, penso che le farebbe piacere il tuo commento, visto con quanto entusiasmo ha accolto la mia richiesta di contatto, che sto continuando a mantenere da quel giorno in cui sono andata a sentirla. La sua passione e’ immutata, accesa, commovente, e così il suo ricordo di quegli anni. Se mi dai il permesso le girerei questo tuo commento…

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