Il regalo del martedi, da sola

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Esco dall’ufficio con un cielo grigio, ma oggi non m’interessa.
Vedo un’amica a pranzo in una piazza che non sembra Milano, un’altra poche ore dopo davanti a un’acqua tonica. Parlo, lentamente, e realizzo dove voglio andare poco dopo.
Piove, a dirotto, compro un ombrello e lo scelgo viola.

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Passeggio con i sandali e mi si bagnano piedi, ma io so bene dove voglio andare e so anche ad un certo punto quello che faro’ in un momento preciso. Lo so, e lo faccio.

Entro, di soppiatto, sentendomi una ladra in mezzo a studenti e turisti stranieri, che vengono da chissà dove per vedere. Io, invece, qui forse ci sono entrata da bambina, e poi mai più.

E invece adesso salgo le scale, queste scale bellissime, e inizio anche ad emozionarmi un po’.

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Eccomi, ci sono, davanti a quest’ingresso sono proprio io, dopo tutti questi mesi in cui, in effetti, sono in parte cambiata.

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Entro, cammino lentamente, mi dicono che alle 19,15 chiude tutto, ci sono troppe cose, cerco di catturare le immagini, scrivere, leggere, respirare.

Prima ne vedo uno, quello che mio padre diceva di venire a vedere, me lo mostrava dai libri e rimanevo senza fiato. E’ lui, al buio, da solo, lo guardo piano, toglie il fiato.

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Poi ce ne sono altri, vicini, lontani, vedo i miei passi muoversi nel silenzio, gente che commenta, che ascolta, che osserva, pronunce straniere in questa Milano piovosa, grigia, nuvolosa.

Cammino, la sala e’ vicina, ci sono delle frecce che lo indicano, lui, che da aprile ho visto in tanti libri, tante foto, da quei giorni a Roma in cui ho capito che posso vibrare anch’io. Per un quadro.

Ci sono.

Mi giro.

Lo vedo.

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Mi passano tutti a fianco, restano due minuti e se ne vanno, guardano, leggono, qualcuno dice “Merisi, Merisi, eppure mi dice qualcosa Merisi…”. E’ una vecchia dai capelli scuri, tinti, insieme a un’altra, si avvicinano per guardare meglio e vorrei gridare, poi se ne vanno. Resto li’, passano tutti e io resto li’, e faccio quell’unica cosa che in quel momento potevo fare. Mi nascondo da una guida che mi guarda, faccio una foto, poi un’altra, e le mando a una persona, una sola, un’amica che in qualche modo mi ha trascinato li’, davanti a quel quadro, anche se adesso non c’e’. E gliele mando mentre lo sto guardando, mentre mi dicono che chiuderanno tra poco e io ho ancora delle sale da vedere, gliele mando e continuo a sentire quel dolore, quella sofferenza, quel buio e quella luce.
E poi mi giro, mi giro ancora, ed esco, ma sembra che tutto a quel punto mi scivoli via.
E qualche sala in effetti non riesco a vederla, non riesco piu’, e penso che ci devo tornare.

Arrivo alla fine, e li’ mi fermo.

Ci sono tanti quadri che mi guardano, e poi da lontano, su una parete tuchese, c’e quest’altra tela immensa, enorme, che arreda la parete e la mia testa.

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E mi piace cosi’ tanto che mi siedo, mi dicono che devono chiudere e li lascio andare via, guardo, riguardo, ipnotizzata, rapita, felice.

Ed esco.

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