Paris, Milano e l’inferno…

Andati, centrifugati, tornati.

23 giugno 2001, dieci anni di matrimonio, possibile che non si riescano a fare tre giorni di fuga? Ma sì, tre giorni e mezzo, si può fare, si può fare, prenotiamo, paghiamo, in qualche modo ci andremo.

Per andare siamo andati, grazie mamma, grazie Manu, grazie Ale, grazie Ele.

E mentre noi scorrazzavamo a Montmartre, a casa l’inferno. Dopo la febbre a 39 di uno, l’infortunio saltando dalle scale dell’altro. Dopo l’infortunio i pidocchi di tutti, nonna compresa. Dopo i pidocchi il malumore di Mattia. Dopo il malumore di Mattia ancora i pidocchi e ancora il malumore e ancora i pidocchi.

Tre giorni volati, goduti, stancati, respirati, sussurrati e ancora nell’aria ma  inghiottiti già dal resto.

“Com’era essere a Parigi?”

“Bello, bellissimo, ma qui a casa un po’ meno…”.

“Ma come, ti chiedo di Parigi, e tu mi racconti dei pidocchi?”, mi dice un’amica…

“Sì ma…”.

Ha ragione, penso a Parigi e mi viene lo spettro di mia madre che pettina e lava lenzuola, di mio cognato che dirime controversie e capricci, di mio figlio che si storta una caviglia.

E’ così, mi devo rassegnare, partire con leggerezza ormai non si fa più, cerco di appiccicarmi addosso l’atmosfera e le sensazioni perché quelle non me le ruba nessuno, e faccio un quadro di pezzi, di momenti, di istantanee di tre giorni e mezzo e Parigi.

Montmartre e i negozi colorati, “Le petit parisien” e il vino bianco fruttato, i pic nic dei parigini su “La butte”, con olive, formaggio e vino fresco estivo. I saliscendi, gli aperitivi in mezzo alla strada, le collane e i capelli all’indietro, quella finestra su quella via, e il giardino che vedevo dentro.

Place des Vosges e i bambini portati in spalla, davanti alla Tour a mangiare panini e osservare, un vestito a cerchi lilla di una madre di tre figli, con il più grande intento a leggere un romanzo per tre ore. I giardini di Lussemburgo e noi come i parigini svaccati nel prato, una ragazza dalla coda bionda e i pantaloni neri a sigaretta dal sorriso leggero, un’altra con le scarpe verdi e la giacca bordeaux, che si guarda intorno con quell’aria che è solo lì.

Salire per le scale sulla tour e guardare lo spettro di quel tunnel, cercare dei terrazzi che in realtà non ci sono ma vedere dei palazzi talmente belli da perdere il fiato. Passare per caso di notte davanti a un negozio colorato e trovarlo aperto, entrare e comprarsi due collane stupende, appese qui in camera come per magia.

Veder passeggiare Nicola vicino ai cannoni de “Les invalides”, e fermare il tempo per un attimo come quella volta in Normandia: lui che si allontana e io che lo fotografo e mi acceco dal sole caldo che annega in quell’azzurro.

Fare colazione in un posto scoperto per caso, davanti ad un mercato di libri antichi in cui passeggiare e sfogliare pagine vecchie e curate. Mordere un croissant e sentirsi in un altro mondo, per un momento, poi volare via.

Passeggiare di notte lungo la Senna senza chiedersi in che direzione, girare a destra e sinistra a caso fino a trovarsi davanti a Notre Dame, illuminata, nel silenzio della notte, una magia che sta solo lì.

Finire la cena, l’ultima sera, passeggiare ancora a Montmartre sognando di abitare lì e scoprire in lontananza la tour illuminata. Prendere il metro al volo e andare a vederla, come ultima immagine, stretta e imprigionata qui….

Tornare, gli abbracci, i malumori, scoprire di volere esattamente questo. In fondo.

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7 risposte a Paris, Milano e l’inferno…

  1. claramarina ha detto:

    beh dai almeno ci siete riusciti ad andar via. anche noi abbiamo fatto 10 anni di matrimonio ad aprile ma nessuno che -come regalo – si offra o si sia offerto di tenere i piccoli per 1 o 2 giorni (ci si accontenta di poco, no?). complimenti, bellissima e magica parigi. e auguri per altri decenni intensi come il primo!

  2. paola ha detto:

    E ce l’ hai. In fondo o non in fondo hai quello che vuoi…cosa c’ è di più bello?

    Un abbraccio, paola

  3. lorenza ha detto:

    “Partire con leggerezza ormai non si fa più” è esattamente quello che penso in questi giorni. Lasciamo, partiamo, torniamo a prendere i bimbi che dopo 2 giorni già mi mancano da morire, e nel mezzo scopriamo sempre qualcosa.

  4. M di MS ha detto:

    No, è giusto che siate andati da soli, anche con il sequel dei pidocchi.
    Ah, Parigi, l’amour…
    Ah, Milano, les enfants!

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