di bellezze di brutture

Succede che un giorno Valewanda, dopo tanto tempo, si trova un pomeriggio a dover fare una commissione in una delle piu’ belle zone di Milano.

Ormai sono passati i tempi in cui lavorava in pieno centro, e ogni mattina si rifaceva gli occhi sbirciando all’interno dei palazzi dai cortili perfetti, curatissimi, avvolti in una patina di immobilità e di magia.

Oggi lavora in una zona perferica oggettivamente brutta, senza giri di parole. Non una zona popolare ricca di artisti, non una zona storica piena di botteghe e di locali nostalgici, nemmeno una zona anomina su cui non c’è niente da dire, no, una zona brutta e basta.

Va da sè che quel giorno, se pur di corsa (come sempre), Valewanda si ritaglia un quarto d’ora per fare due passi e immortalare quello che vede.

La bellezza è quello che ha intorno. Palazzi antichi tenuti alla perfezione, scorci di una Milano fuori dal tempo in cui nulla è lasciato al caso, ma alla cura meticolosa di chi ci abita. Entrate sontuose con affreschi del tempo che fu, giardini rigogliosi con fontane e angoli nascosti, appartamenti che s’intravedono da vetri lucenti, accessibili  praticamente a nessuno. Belli per sognare pensando a Cenerentola, ma lontani dalla gente comune.

Immersa nei suoi pensieri, Valewanda si ritrova proprio davanti a un noto istituto privato milanese, e guarda caso alle quattro meno un quarto, ovvero all’uscita delle elementari.

Bambini e ragazzini accompagnati dai genitori si riversano sulle strade intorno, e lo spettacolo ahimè non è dei migliori.

Per carità, a vederli così sono semplicemente dei bambini ordinati, con zaini e cartelle, che escono da scuola a fine giornata, ma alla vista di chi non è un frequentatore abituale i particolari non sono trascurabili.

Tra i ragazzini non ce nè uno senza una maglietta firmata, un paio di scarpe firmate, uno zaino firmato (se così si puo’ dire), di fatto un’uniforme non codificata, è impressionante. A guardare i genitori poi è anche peggio: non c’è una donna che non sembri quella che è diventata ora Nicole Kidman, ovvero una bambola di gomma, senza piu’ niente dell’antica bellezza. Non c’è una mamma che non abbia una borsa firmata, un paio di Hogan ai piedi (per citare una marca), un bracciale d’oro al polso pesante come un piombo. Tra i papà, non ce n’è uno che abbia una maglietta anonima: tutti con polo firmate, aria da strafighi in vacanza, cellulari in bella mostra vibranti di conversazioni a voce alta.

Valewanda osserva, passa oltre, cerca un altro di quei cortili senza tempo e ci si infila dentro, intanto che riflette.

Chissà se è proprio inevitabile, pensa, quando si entra a far parte di certe cricche, che si inizi a non avere più un’identità, e ci si nasconda dietro a una maschera di cose, per paura che la diversità, invece di arricchire, sia una malattia da fuggire e da ricacciare lontano.

E’ tardi, a passi decisi Valewanda si allontana, e pensa che, pur abitando a neanche dieci minuti da lì, per fortuna il suo quartiere è tutto un altro mondo.

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13 risposte a di bellezze di brutture

  1. piattinicinesi ha detto:

    e forse è prorpio per questo che malgrado il mio quartiere abbia lo sgradevole difetto di essere lontano dal centro, tutto sommato mi ci trovo bene. è molto misto, molto ruspante e molto alla periferia dell’impero.

  2. M di MS ha detto:

    Guarda, secondo me hai centrato in pieno il problema.
    Alla fine in certi giri bisogna essere vestiti in un certo modo, uomini e donne, altrimenti ti senti fuori posto. E poi pensa: quando ne hai tanti, ma veramente tanti, ti abitui al lusso, all’immagine, perchè te li puoi permettere tranquillamente. Alla fine hai dei riferimenti completamente diversi da chi è meno ricco ed è anche per questo che gli ambienti raramente entrano in contatto.

  3. Stefania Casagrande ha detto:

    Però che fatica frequentare certi ambienti, c’è una tale competizione sia per quanto riguarda l’abbigliamento che gli ultimi ritrovati tecnologici per non parlare di botulino & co.
    Reggere il ritmo e presesntarsi sempre al meglio, suscitare invidia e poi appena molli il colpo tutti pronti a disconoscerti ed estrometterti dal gruppo. Brrr che brutte cose, meglio un look H&M e amicizie rilassate e sincere.
    Stefania mamma di Vittoria

  4. AngelaC2 ha detto:

    Parlavo proprio di questo con mia madre ieri pomeriggio a Rimini. Commentavamo i prezzi delle borse nelle vetrine del centro di Rimini (molto fighetto): il prezzo di una borsa era di 980 euro e io trovavo scandaloso che ci fossero persone che potessero spendere per una borsa lo stipendio medio di un impiegato. Mia madre pur comprendendo il mio sdegno mi raccontava invece di persone incapaci di una propria personalità e del bisogno di omologarsi per sentirsi accettati, del bisogno di spendere cifre vertiginose per sentirsi nel Posto Giusto.
    Guarda, sarà che io ho altre idee in testa, ma proprio non comprendo e non capisco cosa ci sia di così “bello” nello spendere per una borsa (!!) uno stipendio mensile normale.
    Mah.
    Che poi, appunto, sono tutti uguali.
    Ciao
    Angela

  5. MDS ha detto:

    Qualche giorno fa, mia moglie mi ha reso partecipe di un episodio che mi piace condividere con Te, cara ValeWanda e con le Tue fedeli lettrici.
    Festa di fine anno scolastico in una delle zone della Milano “bene”
    Quest’anno, al posto dei balletti delle classi, le mamme – che, evidentemente, se lo potevano permettere avendo i pomeriggi e, forse, anche le mattine libere da quel impegno, noioso e volgare come il lavoro – hanno pensato bene di organizzare delle bancarelle che, dovendo essere allestite “in un certo modo” richiedevano la presenza delle suddette mamme fin dal primissimo pomeriggio.
    Le gentili e nullafacenti signore, si sono ovviamente prodigate nell’esercitare insistenti pressioni sulle maestre perché a loro volta “sensibilizzassero” le mamme – le snaturate! – che non si erano rese disponibili ad organizzare la festa dei loro piccoli.
    Nella classe di nostra figlia, c’è stata una sola adesione da parte dell’unica mamma che ne aveva la possibilità, in quanto in fase di allattamento del suo ultimogenito. Ovviamente, per dare davvero un aiuto concreto, aveva pensato di portarsi dietro la nonna che le avrebbe tenuto il piccolo tra una poppata e l’altra.
    Alcune mamme, tra cui mia moglie, facendo i salti mortali, si erano rese invece disponibili per dare una mano dalle 16.30.
    Al loro arrivo, un’organizzatrice – che, sia detto per inciso, è “dotata” di baby sitter, colf, nonna a tempo pieno, avendo un’unica figlia e non esercitando alcuna attività lavorativa – le ha così apostrofate: “ma chi mi avete mandato!”.
    E, sì, perché la mamma in allattamento non è una molto trendy, anzi ad essere onesti è una un po’ arruffona, veste in maniera sciatta e non è molto forbita nel linguaggio e, poi, come qualcuna ha fatto osservare, non ha riacquistato minimamente la sua forma fisica “nonostante siano passati ben 4 mesi dalla nascita del figlio!!!”. Sta di fatto che, nonostante il disagio di dover allattare in un cortile scolastico, si era resa disponibile a dare una mano.
    La sera, al mio rientro, ho chiesto a mia figlia come era andata la festa e, con voce mesta, mi ha trasferito la sua delusione per non aver potuto fare quello che aveva sempre fatto gli altri anni: un piccolo spettacolo per i genitori. In conclusione, i festeggiati o almeno quelli che si riteneva tali dovessero essere, erano molto delusi. In compenso, le mamme “fichissime” nei loro grembiulini da lavoro potevano ripetere urbi et orbi che erano davvero “sfinite” dal gran lavoro, addirittura mostrando qualche unghia spezzata…
    Baci a tutte.
    M.

    • valewanda ha detto:

      agghiacciante MDS, non stento a crederlo, ci vuole coraggio, ma mi viene da dire, povere loro, quelle mamme di cui parli, perché sono loro a perdersi le sfumature della vita, la sensibilità, la dolcezza… che vita è in fondo?

  6. Mamma in 3D ha detto:

    Anch’io ho fatto spesso queste considerazioni, scegliendo le scuole per i miei figli e amando il mio quartiere proprio per questo.
    La cosa che mi mette più tristezza è, proprio come scrivi tu, l’omologazione: al di là di quelle che sono le possibilità e il tipo di vita che si conduce, è un peccato che si perda l’originalità dei caratteri e dei gusti. E il rischio più grande poi è perdere addirittura il senso critico…

  7. valewanda ha detto:

    Quuello del senso critico è il pericolo piu’ grande, basta poco e non ci si accorge piu’ di non ragionare con la propria testa

  8. chiara ha detto:

    Non si tratta solo delle persone del centro di Mailano, ma un pò ovunque è così, basta guardare i negozi di piccoli centri in periferia per capire che quello che desidera la gente non è avere qualcosa da dire , ma qualcosa da mettere di vistoso e cafone.

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