In ferie con Filini

Succede che un lunedì si decide di prendersi un giorno di ferie.

“Ah sei in ferie?”, dicono i colleghi il venerdì precedente. ” Brava che ti fai il week end lungo in giro…”.

Proprio.

Sveglia come al solito alle 7,00 con rassettamento, colazione, vestizione, accompagnamento a nido, asilo ecc.

Banca, fila, bonifici vari (in uscita ovviamente), tanto per cambiare.

Castorama: “Mi dispiace, la schuco che dir si voglia che cerca non c’è. Mi dispiace, non c’è neanche questo faretto oblungo bianco di ventitre centimetri”. Alzo i tacchi ed esco.

Il pezzo forte di metà mattina: il Comune.

Ingenuamente penso che una piccola sede distaccata di zona mi faccia risparmiare tempo rispetto all’immensa sede di via Larga.

Errore.

Cinque sportelli aperti.

Il primo, l’impiegata carina e sorridente, che evidentemente deve tenere alta l’immagine che ha tra il pubblico e i colleghi. Ogni due, dico due persone chiamate, si alza sculettando con la trusse in mano e va in bagno a rifarsi il trucco.

Il secondo, l’impiegata che ha troppo da fare. Ogni tre, dico tre persone chiamate, abbassa lo sguardo e non chiama piu’, digitando la tastiera a cento chilometri all’ora e spostando risme di fogli da una scrivania all’altra. Che avrà da fare con cento persone in coda non è dato di sapere, ma lei digita e non chiama.

Il terzo, l’impiegata nuova che non sa e ad ogni cliente, ad alta voce, dice: “Aspetti che m’informo”, si alza, e va nell’ufficio della dirigente, chiedendo, gesticolando, e approfittando per farsi due risate, mentre le solite cento persone aspettano.

Il quarto, l’impiegata che ha la conversazione facile, che intrattiene ogni cliente con amabili e lunghe filippiche sul governo, sul paese, e su quanto non funziona l’apparato in cui lavora, senza rendersi conto che i guai ci sono anche a causa di persone come lei. Chiaramente i vecchietti che hanno poco da fare iniziano a darle corda, e le solite cento persone in coda si trovano a sentire stralci di discorsi del tipo: “Ecco, visto che lei è disponibile allora ho varie curiosità da chiederle…”, e via con domande improbabili sulle successioni mortis causa, sul rinnovo della patente e altro.

Il quinto, l’impiegata lenta, che non afferra subito il problema e inizia una pratica che non c’entra niente, finché, all’uscita di un certificato di residenza, il cliente la guarda e dice: “Ma io veramente volevo uno stato di famiglia”. “Ah, non avevo capito”.

Il tutto condito da un’attesa in coda di un’ora per trenta numeri, a fianco di una signora settantenne con la faccia di Filini, somigliante in modo impressionante nonostante la parrucca bionda, attenta ad ogni movimento delle sportelliste e alla chiara ricerca di una rissa, con espressioni del tipo: “Allora, qui si deve lavorare, guardate tutti, quella là si è alzata! Ehi, al quinto sportello i numeri sono fermi da venti minuti, ma stiamo scherzando?”, e così via.

Ovviamente non poteva mancare la ritardataria, quella di corsa, che alle nove e mezza inizia a chiedere se qualcuno le cede il numero perché, questione di vita o di morte, entro cinque minuti dovrebbe essere dall’altra parte della città a discutere una pratica perché altrimenti le danno lo sfratto. La stessa che, di fronte al silenzio tombale della platea esasperata, me compresa, si presenta ad uno sportello a caso, arrivato al numero settanta, con in mano il centodue, dicendo che si sente male, sta per svenire, e quindi la devono ricevere immediatamente, che è invalida e rischia l’infarto immediato.  Ovviamente torna a posto con le pive nel sacco sbraitando di fianco a Filini.

Finalmente, esaurito il mio turno in Comune (a casa mi accorgerò poi di aver sbagliato, ma questa è un’altra storia), riesco a sfogarmi all’IKEA, ormai mio regno indiscusso, in cui corro, scrivo, leggo il mio ordinatissimo foglio con l’elenco della spesa diviso per scaffali, e carico due, dico due, carrelloni (di quelli aperti per i mobili), spingendoli all’unisono fino alla cassa.

Pago, ricarico tutto sui carrelloni, vado alla macchina, vedo con la coda dell’occhio che una da una gomitata al marito dicendo a bassa voce: “Guarda, è sola…”, spacco nel tragitto due portavasi rossi, ahimè, scivolati sull’asfalto sconnesso poco prima dell’arrivo all’auto, carico e torno a casa.

Il portinaio guarda la mia focus carica fino all’uovo, mi aiuta scaricare, e mi chiede: “Signora, sono le quattro, i bambini non ci sono oggi?”.

Solo in quel momento mi accorgo che la mia RIPOSANTE giornata di ferie è finita.

About these ads

~ di valewanda su 24 settembre 2010.

12 Risposte to “In ferie con Filini”

  1. Puoi sempre rifarti con una giornata in malattia ;-)

  2. Ah!!!!! Senti … mal comune mezzo gaudio??? No, perche’ mi sa che tra tutte qui!!!

  3. idem, non c’è un attimo di tregua in questa vita… se si va al comune poi…
    a presto!

  4. Azzzzz!!!!!!!!

  5. Mi hai ricordato che devo andare in Comune per il modulo per postscuola di Amelia. Però ho la fortuna di abitare in paese: la fila alla posta si fa sempre, ma in Comune mai.

  6. bella giornatina…a me ha colpito quella all’ikea che ha fatto notare al marito che tu eri sola…a me in genere succede il contrario: sono i mariti che sgomitano le mogli, dicendo cose come “ti lamenti sempre tu! guarda quella, che è sola con tre bimbe e la spesa!” :(

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.